giovedì 21 ottobre 2010

E' tempo di liberalizzare

Come insegna la lezione del giurista Bruno Leoni sono le regole a creare il libero mercato. Una corretta regolamentazione favorisce lo sviluppo di un mercato concorrenziale, mercato che di per sè tenderebbe a scivolare verso posizioni monopolistiche. In Italia si parla spesso di concorrenza e competitività, ma questi dibattiti non sono praticamente mai accompagnati da delle serie politiche legislative di liberalizzazione e sviluppo della concorrenza. Secondo l’ultimo rapporto del Centro Studi di Confindustria “Le liberalizzazioni da sole aumenterebbero la produttività del 14,1%”. Ora senza entrare nel merito delle questioni numeriche, che cosa frena lo sviluppo delle liberalizzazione?


Nessuno che abbia un minimo di formazione politico-economica può negare che, in un sistema in cui gli operatori economici sono liberi di competere, aumentino il PIL pro-capite e le attese di vita della popolazione; si riducano la corruzione, i pesi e costi della burocrazia. I vantaggi sono evidenti e sostanziali e  favoriscono anche il riequilibrio della finanza pubblica, ma allora perché mai l’iter è negli ultimi anni così tortuoso e faticoso? Perchè i vantaggi ricadono indifferentemente sul sistema economico del Paese mentre i loro costi insistono su categorie ben delimitate, con rendite di posizione radicate e consolidate: gestori di servizi di pubblica utilità, professionisti, tassisti, farmacisti, guide alpine, aziende monopoliste. Queste categorie, al solo sentir parlare di concorrenza, non esitano a mobilitarsi in nome della difesa degli interessi corporativi e spesso il loro lobbying paralizza la spinta riformatrice del Governo. Il meccanismo evidenzia un lato perverso della difesa corporativistica, si smette di investire e si aumentano le pressioni e le corruzioni sull’amministrazione statale. Negli ultimi quindici anni, lo Stato italiano ha ceduto quote di capitale di imprese pubbliche per circa 150 miliardi di euro, senza effetti significativi sulla riduzione del debito pubblico. In alcuni casi ha privatizzato senza liberalizzare i settori e i servizi nei quali le imprese operavano; al monopolio legale pubblico è semplicemente subentrato quello privato (vedi Autostrade), con pochi vantaggi sostanziali per i consumatori e impatto minimo sullo sviluppo economico. I risultati parziali e modesti in termini di promozione della libera concorrenza hanno indirettamente favorito il rilancio della tesi ideologica secondo cui la proprietà pubblica del capitale offrirebbe in generale maggior garanzie di efficienza, con tutto quel che ne consegue sul piano dell’immobilismo politico dei governi e sullo sviluppo tentacolare della politica. I sostenitori di questa tesi dimenticano che spesso chi compra rientra nella sfera d’influenza di chi vende e, comunque, che lo stato e gli enti pubblici, considerato il sistema giuridico di corporate governance proprio del nostro diritto commerciale, permette anche con partecipazioni di minoranza continuano ad esercitare il controllo sulle aziende privatizzate. E’ necessario anche tenere conto del basso costo e degli immediati benefici che potrebbero derivare da queste semplici riforme “liberali”. Il valore politico delle liberalizzazioni sarebbe silenzioso ma enorme. Si costringerebbe infatti la politica a fare il famoso “passo indietro” di cui si è sentito tanto parlare. Perché oggi è lì, nelle società municipali che si costruisce il potere dei partiti e delle correnti, quelle sono le leve attraverso cui si condiziona l’economia del territorio e le sue imprese. E considerata la fase di assoluta debolezza dei partiti nazionali e lo sviluppo del sistema federalista, il potere nei territori pesa e condiziona ancora di più che nel passato anche le scelte nazionali. Tesi sottolineata e sostenuta anche dal Presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà nel suo ultimo libro “Zavorre d’Italia”. Dell’importanza delle municipalizzate sa bene la Lega Nord che da valvola di sfogo degli imprenditori del Nord oppressi dalle tasse e dalla burocrazia si è trasformata in una piovra che in nome del verde padano è capace di occupare quanto più possibile nel sistema delle società pubbliche, così come lo sa bene il Partito Democratico in regioni come l’Emilia Romagna o le Marche. Potrebbe essere questo uno dei motivi per i quali il Ministro dell’economia non si occupa della questione così come non si è occupato di aprire i mercati del trasporto, dei servizi postali o di spezzare il monopolio del gas. Le liberalizzazioni sono state spostate a dicembre 2011, ma non si è escludono i classici decreti proroga al fine di procrastinare ulteriormente la riforma. Nonostante questa possa dare un notevole impulso alla crescita del PIL. E’ evidente che in questo Paese manchi coraggio e responsabilità. C’è un vulnus di coraggio politico. Perchè liberalizzare vuol dire intaccare profondamente il sistema politico clientelare e aprire alla spietata e meritocratica legge del libero mercato. Significa rischiare voti e poltrone nelle amministrazioni locali. La rivoluzione liberale promessa da Berlusconi è fallita, riposta nei cassetti e sepolta di polvere. Può tuttavia sempre essere riscoperta e attuata sotto altri nomi o altre formule politiche. Riuscirà mai l’Italia ad uscire da quell’ingessatura corporativa che tanto ricorda i comuni medievali del XII secolo e iniettare nel proprio dna politico la cultura della libertà economica e della concorrenza? Sarà necessario un enorme slancio culturale e ancor più enorme slancio di coraggio.

Pubblicato anche su GenerazioneItalia.it

giovedì 5 agosto 2010

Proposta: istituire un Fondo Giovani.

Recenti studi hanno dimostrato che l’Italia è un Paese bloccato. La mobilità sociale è estremamente bassa. Chi nasce ricco, generalmente rimane tale. Di conseguenza chi nasce povero, povero rimane. L’ascensore sociale, nel nostro Paese, si è rotto. A causa prevalentemente di una università scadente e di politiche del welfare scarsamente mirate. Ecco una proposta, un'idea, un provvedimento che può aiutare a rimettere in moto il Paese.

- Ispirazione

L’ispirazione nasce da uno studio comparata con la Gran Bretagna. L’istituto di riferimento è il Child Trust Found. Introdotto già da qualche anno in GB.

- L’idea

Ogni bambino sarà intestatario di un conto personale del quale potrà disporre solo a partire dal raggiungimento del diploma. Il Fondo sarà acceso con un versamento statale al momento della nascita (es.1000 euro). Il fondo rimarrà uguale(più interessi ovviamente) fino alle elementari. A partire dalla prima media inizieranno incrementi relativi al merito scolastico.

Sono previste correzioni a seconda del reddito familiare, ma i ragazzi meritevoli non avranno mai incremento zero. In questo modo sarà possibile contemperare merito ed equità. Sarà ovviamente necessarie dividere delle fasce di reddito e delle fasce di aumento a seconda dei risultati scolastici raggiunti. L’accesso al fondo si potrà avere solo al momento del raggiungimento del diploma.

- Obbiettivi

Scegliere l’università migliore, andare all’estero o vivere fuori sede comporta costi spesso molto elevati. Cosi come imparare un mestiere o una professione o avviare una piccola impresa od una attività commerciale. Il Fondo Giovani supporta queste opportunità. Incentiva i giovani ad investire nel proprio futuro e garantisce per questo una minima copertura economica. Si pone come obbiettivi quello di premiare i comportamenti meritori, combattere l’inattività di molti giovani italiani, aumentare la mobilità fisica e l’imprenditorialità giovanile, incentiva e sostiene l’iscrizione dei migliori studenti alle migliori università. Il fondo giovani introduce due importanti novità. Valorizza il giovane in quanto tale, svincolato cioè da politiche familiste che si sono rivelate inutili ed insufficienti. Instaura cioè un rapporto diretto tra l’individuo e l’erogazione di una prestazione statale. In secondo luogo l’intervento non è assistenzialista, ma legato al merito dei giovani. Il giovane si sentirà supportato non perché è povero (approccio statalista), ma perché è bravo (approccio liberale).

- Criteri di merito

Dalla prima media in poi, la somma massima accumulabile è legata ai risultati scolastici. Le fasce di attribuzione di premio in denaro per merito saranno tarate sulla media ponderata di ogni istituto (questo perché in alcuni istituti un 7 vale in maniera diversa rispetto ad altri).

Per quanto concerne l’erogazione, chi raggiunge la maturità riceve immediatamente il 40% del fondo accumulato. Chi si iscrive all’università riceve il restante 45% in quote mensili(possono integrare le spese per l’affitto o i libri), il restante 15% sarà erogato al momento del conseguimento della laurea o diploma di specializzazione professionale.

Possono essere coinvolte banche private nella gestione del fondo con collaborazioni e partnership (così avviene nel sistema inglese). Il coinvolgimento renderebbe più snella leggera e trasparente la gestione sia per il sistema che per il cittadino. Questo perché le banche hanno ramificazioni e sportelli diffusi sul territorio. Si potrà inoltre decidere con la banca di come usufruire del fondo (es. come spalmarlo negli anni universitari) e garantirebbe perciò una flessibilità in grado di assicurare maggiore funzionalità e semplicità.

giovedì 1 luglio 2010

Riflessione sul federalismo: una proposta rivoluzionaria.

Federalismo si? Federalismo no? Federalismo quando? Federalismo come? E’ il lietmotiv degli ultimi mesi della politica italiana. Tutti ne parlano, quasi tutti ne comprendono i principi di base, quasi nessuno ne conosce i differenti modelli. Credo che il punto di partenza della nostra riflessione debba essere l’attuale rapporto tra finanza centrale e finanza locale. Oggi, la maggior parte del prelievo viene fatta dal governo centrale, che devolve poi parte del gettito agli enti regionali e ai livelli di governo più bassi. Questo è un sistema pessimo, per due motivi. Prima di tutto è un sistema basato sul divorzio tra decisioni di prelievo e decisioni di spesa. Le prime decise dal Governo, le seconde dalle Regioni. Come gli economisti sottolineano da tempo questa separazione incentiva l’irresponsabilità nella gestione del bilancio(teoria corroborata dall’esperienza, basta guardare i bilanci di molte Regioni italiane). L’ente locale infatti, dal momento che le sue spese vengono finanziate “a fondo perduto”, sa che quanto più spende, tanto più finisce prima o poi col ricevere dal centro. La spesa viene quindi incoraggiata e la sua razionalizzazione scoraggiata. In secondo luogo, il controllo dei cittadini sulle decisioni di prelievo e spesa è quasi impossibile. Poniamo infatti che vi sia un aumento dell’imposizione fiscale. Assunto il divorzio tra prelievo e spesa, come può il cittadino controllare la gestione della spesa? E la ripartizione delle stesse? La separazione impedisce dunque di valutare dal perseguimento di quali finalità sia motivato l’aumento dell’imposizione. Venendo alla nostra rivoluzionaria proposta ci richiamiamo alla dottrina di tale Dwight Lee, economista statunitense e studioso di teoria delle scelte pubbliche. Lee propone che la potestà impositiva venga sottratta al Governo centrale e affidata esclusivamente agli enti locali e che una percentuale fissa delle imposte locali venga devoluta allo stesso governo centrale. I singoli enti locali sarebbero liberi di decidere in materia tributaria, ma a due condizioni. Anzitutto sarebbero vincolati all’obbligo di pareggio su base annua. La seconda condizione prevede invece che gli enti locali, perfettamente liberi di decidere il proprio sistema tributario e la gestione del proprio bilancio, dovrebbero però devolvere una percentuale predeterminata del proprio gettito al governo centrale per consentirgli di perseguire quegli obbiettivi di interesse nazionale che restano di sua competenza. L’unica entrata, in altri termini, dello “Stato federale” sarebbe costituita da quanto gli enti locali gli verserebbero. Fermi questi due vincoli le Regioni sarebbero assolutamente libere di scegliere in che modo, con quali proporzioni e sopratutto in che misura prelevare. Per quanto la proposta possa apparire paradossale, può essere utile riflettere sui suoi benefici. Nel sistema previsto da Lee verrebbe a determinarsi una concorrenza salutare tra le diverse politiche fiscali dei vari enti locali. Questa darebbe vita ad un’implicita Costituzione fiscale, che metterebbe un freno all’espansione incontrollata della spesa e delle imposte. La concorrenza infatti, penalizzerebbe gli enti locali più esosi, perchè le imprese ed i singoli contribuenti tenderebbero a spostarsi verso le aree meno tassate. Un ente locale che abusasse della spesa a cui conseguirebbe un aumento del torchio fiscale vedrebbe fuggire i capitali del proprio territorio e ridursi la propria base impositiva. Sarebbe perciò costretto a rivedere la propria abnorme politica economica. Sarebbe un freno implicito, ma eccezionalmente efficace alla tassazione eccessiva. Gli econimisti parlano in questo caso di tax competition tra aree interne dello stesso Paese. I suoi effetti benefici sono ampliamente dimostrati. Basti pensare alla Confederazione Elvetica, in cui il prelievo è effettuato dai Cantoni in piena autonomia; la concorrenza tra i Cantoni ha contribuito a mantenere bassa la pressione fiscale. Lo stesso accade negli USA con i vari Stati. Con questo sistema inoltre i cittadini potrebbero esercitare un controllo sulle decisioni in materia fiscale, perchè quelle decisioni proverrebbero da un livello di governo più vicino e più influenzabile dalla volontà popolare. Il Presidente della regione, eletto dai cittadini, sarebbe senza dubbio più vincolato al rispetto del “pacchetto fiscale” da lui promosso e degli obbiettivi con esso connessi. Il mancato rispetto di questo aumenterebbe notevolmente il rischio di essere mandato a casa nella successiva tornata elettorale. In pratica, la politica di bilancio tornerebbe ad essere nelle mani dei cittadini. La destinazione delle spese inoltre sarebbe più visibile(opera infatti in un’area demografica e territoriale più ridotta rispetto allo Stato) e scoraggerebbe gli sprechi. Infatti quanto più ampie sono le dimensioni della popolazione(e quindi dei contribuenti) tanto minore sarà l’incentivo a controllare l’utilità sociale e l’economicità della spesa stessa. Quanto minori sono invece le dimensioni della popolazione, tanto più oculate dovranno essere le decisioni di spesa pubblica. E’ questa, a parere di chi scrive, l’opinione più forte a favore del federalismo fiscale e l’argomentazione più efficace per un effettivo rispetto del principio di sussidiarietà. Infine, il sistema consentirebbe di conciliare un’autonomia effettiva fra le competenze dello Stato e delle Regioni. In altre parole si lascerebbe allo Stato la sola incombenza di perseguire quegli obbiettivi che non possono essere efficacemente realizzati dagli enti locali. Se adottato, questo metodo consentirebbe di contemperare la natura unitaria dello Stato con le esigenze locali, porrebbe in essere un freno efficace alla inarrestabile, almeno fino ad oggi, spesa pubblica e restituirebbe ai contribuenti un certo potere di controllo sulla gestione politica del loro denaro. Sarebbe davvero una rivoluzione non da poco!

Discorso di Pericle agli ateniesi (461 a.c.)

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo
viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.


Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.



Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri,chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una
ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.



La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana;noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.



Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.


Qui ad Atene noi facciamo così.



Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.



E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.


Qui ad Atene noi facciamo così.



Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.



Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.



Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.


Qui ad Atene noi facciamo così.